I castelli di Füssen: quando le favole diventano realtà
Neuschwanstein e Hohenschwangau con i bambini: la nostra esperienza in camper durante il viaggio da Perugia a Berlino
Dopo l’incontro inaspettato di Innsbruck, il nostro viaggio verso Berlino proseguì in direzione di Füssen.
🗺️ ITINERARIO COMPLETO DEL VIAGGIO
Questa è una delle tappe del nostro viaggio in Germania del 2022.
Era una delle tappe che aspettavamo di più. Non solo perché lì si trovano due dei castelli più famosi della Germania, ma soprattutto perché eravamo curiosi di vedere la reazione dei bambini davanti a luoghi che, fino a quel momento, avevano conosciuto solo nei libri, nei cartoni animati e in fotografia.
L’arrivo a Füssen, lungo la Romantische Straße
Arrivammo a Füssen nel primo pomeriggio, dopo aver percorso uno dei tratti più affascinanti della Romantische Straße, la celebre Strada Romantica tedesca.
Sapevamo che il giorno successivo sarebbe stato interamente dedicato ai castelli, così decidemmo di prendercela con calma. Dopo esserci sistemati nell’area sosta uscimmo a piedi per fare un giro nel centro storico, senza una meta precisa, semplicemente con la voglia di goderci il paese.

Füssen ci piacque subito. È uno di quei posti in cui viene naturale camminare senza fretta, curiosando tra le vie del centro e fermandosi ogni tanto davanti a una vetrina.
Proprio davanti all’area sosta c’era un supermercato che attirò subito la nostra attenzione, ma non certo per quello che vendeva. Si chiamava Fristo e, per noi, quel nome era troppo familiare per passare inosservato.
Il motivo è semplice: “Fristo” era il soprannome che mio suocero aveva dato al suo gatto, un gran combinaguai che aveva la pessima abitudine di sparire per ore e poi ricomparire come se nulla fosse. Il nome, da quanto ho scoperto, deriva dal dialetto e richiama proprio l’idea di chi “fristi via”, cioè sgattaiola via o scappa sempre.
Insomma, quando vedemmo quell’insegna scoppiammo a ridere. Le facemmo persino una foto e, mentre passeggiavamo verso il centro storico, scrivemmo subito un messaggio ai fratelli di Matteo e ai miei suoceri per riderci su. Chi avrebbe mai immaginato di trovare un supermercato che si chiamava proprio come il loro gatto… in Germania?
Continuammo a scherzarci sopra per un bel pezzo, tanto che quella foto è rimasta uno dei ricordi più divertenti di quel pomeriggio.

Tra una passeggiata e l’altra ci fermammo anche per una merenda e ne approfittammo per assaggiare uno Schneeballen, un dolce che fino a quel momento conoscevamo solo di nome.
Solo dopo aver visitato il centro decidemmo di approfittarne per capire come organizzare al meglio la visita ai castelli del giorno successivo.


Totò, Peppino… e i castelli di Füssen
L’idea iniziale era quella di lasciare il camper nell’area sosta e raggiungere Neuschwanstein e Hohenschwangau con gli autobus. Già che eravamo in giro, decidemmo quindi di fare un sopralluogo. Alla reception ci avevano spiegato, in un inglese piuttosto approssimativo, che sarebbe bastato uscire dall’area sosta, raggiungere la rotonda e prendere l’autobus. Tutto qui.
Noi, quindi, uscimmo tranquilli, convinti che sarebbe stato sufficiente salire sul primo autobus urbano per arrivare alla stazione degli autobus extraurbani, da cui il giorno successivo sarebbero partiti quelli diretti ai castelli.
Le cose, però, andarono diversamente. Era domenica, l’autobus che avrebbe dovuto passare non arrivava, nonostante gli orari esposti alla fermata coincidessero con quelli indicati anche da Google Maps. Matteo, che in queste situazioni è decisamente il nerd della famiglia, continuava a controllare il telefono per capire se ci stessimo perdendo qualcosa, mentre io, molto più pragmaticamente, decisi di chiedere informazioni ai primi passanti.
Fu così che incontrammo alcuni signori tedeschi che stavano camminando nella direzione opposta alla nostra. Provai a chiedere dove si trovasse la stazione degli autobus, ma loro continuarono a ripetere una sola parola.
“Bahnhof.”
Ancora.
“Bahnhof.”
Il problema è che Bahnhof significa semplicemente “stazione”. Solo che, oltre a ripeterlo, non riuscivamo ad andare molto oltre. Io continuavo a provare a farmi capire spiegando che stavamo cercando la stazione da cui partivano gli autobus per i castelli, loro sorridevano e rispondevano sempre allo stesso modo, mentre Matteo continuava a confrontare quello che vedeva su Google Maps con gli orari della fermata, cercando di capire dove fosse l’inghippo.
Più passavano i minuti e più ci sembrava di essere finiti dentro una scena di Totò e Peppino.
A un certo punto ci guardammo, alzammo le spalle e ognuno continuò per la propria strada. Loro probabilmente pensarono di aver appena incontrato due italiani un po’ strampalati. Noi, invece, decidemmo semplicemente di incamminarci lungo quella strada costeggiata da casette con i tetti aguzzi, sperando che, prima o poi, ci portasse dove volevamo arrivare.

Alla fine, arrivammo davvero alla stazione degli autobus extraurbani, quella da cui il giorno successivo avremmo dovuto prendere il bus diretto ai castelli. Quel sopralluogo si rivelò utilissimo perché fu proprio lì che decidemmo di cambiare programma: invece di tornare la mattina seguente con gli autobus, avremmo spostato direttamente il camper nel parcheggio P2, dedicato alla visita dei castelli. Ci sembrò la soluzione più comoda e ci avrebbe permesso, una volta terminata la visita, di ripartire subito verso la tappa successiva.

La parte più divertente, però, arrivò la sera. Tornati all’area sosta incontrammo di nuovo quegli stessi signori che, riconoscendoci, ci lanciarono uno sguardo decisamente perplesso. Probabilmente continuavano a chiedersi chi fossero quei due italiani che cercavano disperatamente la “Bahnhof”. Noi, invece, ci portammo a casa un ricordo divertente… e una parola in tedesco in più da ricordare.
Il castello di Hohenschwangau
Per raggiungere l’ingresso del castello ci aspettava una salita di una ventina di minuti, seguita da una scalinata finale. Bastò alzare lo sguardo, però, perché ogni fatica passasse subito in secondo piano. Le pareti esterne, riccamente decorate, anticipavano già l’atmosfera che avremmo trovato all’interno e facevano intuire che quello non fosse semplicemente un castello, ma una residenza realmente vissuta.
Anche in quell’occasione prendemmo le audioguide, comprese quelle per i bambini. Giovanni, però, dopo pochi minuti aveva già deciso che ascoltare la storia dei re bavaresi non fosse esattamente il passatempo della giornata. Tra una spiegazione seguita a metà e qualche cuffietta condivisa, riuscimmo comunque a goderci la visita.
Hohenschwangau ci conquistò subito. Ci diede davvero l’impressione di entrare in una casa. Le stanze erano riccamente arredate, gli ambienti trasmettevano il calore di un luogo realmente vissuto e tutto sembrava raccontare la quotidianità della famiglia reale bavarese. Anche i giardini, con i fiori e le fontane, contribuivano a rendere l’atmosfera sorprendentemente accogliente.
Terminata la visita, raggiungemmo la fermata della navetta diretta a Marienbrücke.

Marienbrücke: il ponte da cartolina
Quando arrivammo a Marienbrücke trovammo una folla impressionante. Per attraversare il ponte si procedeva a piccoli gruppi e ci fermammo solo il tempo necessario per goderci il panorama, scattare qualche fotografia e registrare qualche breve video. Bastarono pochi minuti per capire perché quel punto sia diventato uno dei più fotografati della Baviera: da lì Neuschwanstein sembra davvero uscito da una fiaba.
Una volta attraversato il ponte proseguimmo ancora per qualche metro lungo il sentiero, ma ci rendemmo subito conto che il percorso diventava decisamente più impegnativo. Benedetta, come sempre, era già davanti a tutti, mentre Giovanni, che all’epoca era ancora piccolo, non aveva alcuna intenzione di trasformare quella passeggiata in un’avventura stile Rambo.
Così tornammo sui nostri passi e attraversammo di nuovo il ponte. Con la folla che nel frattempo si era leggermente spostata riuscimmo persino a fare fotografie migliori delle prime. I bambini, però, iniziarono a guardarci con quell’espressione che ogni genitore conosce fin troppo bene.
«Ma siamo ancora qui?»
Da Marienbrücke proseguimmo quindi a piedi verso Neuschwanstein, seguendo il sentiero che conduce direttamente al castello. Arrivammo davanti al castello giusto in tempo per fermarci a mangiare il pranzo al sacco che avevamo preparato in camper prima di partire. Dopo tutta quella giornata passata tra passeggiate, salite e visite, quella pausa ci voleva proprio.
Da lì a poco sarebbe iniziata la visita del castello più famoso della Baviera. Neuschwanstein era il motivo che ci aveva portati fin lì, ma la giornata aveva ancora qualcosa da raccontarci.

Neuschwanstein: il castello delle favole
Dopo il pranzo al sacco arrivò finalmente il momento di entrare a Neuschwanstein. Era il castello che avevamo immaginato per mesi, quello che avevamo visto in mille fotografie e che, probabilmente, aveva contribuito più di ogni altro a farci inserire Füssen nel nostro itinerario.
Come avevamo fatto anche a Hohenschwangau, prendemmo le audioguide e iniziammo la visita insieme al nostro gruppo. Giovanni, però, era ormai arrivato al limite della pazienza. Dopo una mattinata trascorsa tra autobus, salite, attese e castelli, l’unica cosa che desiderava davvero era tornare al camper. Era il suo posto sicuro e, in quel momento, non vedeva l’ora di rientrarci.
La visita ci colpì, ma in un modo completamente diverso rispetto a quella del mattino. Alcune sale lasciano davvero senza fiato per la loro imponenza e per la ricchezza dei dettagli, ma nel complesso gli ambienti ci sembrarono molto più essenziali di quanto ci aspettassimo e, di fatto, non facemmo nemmeno foto. Poche ore prima avevamo visitato Hohenschwangau, dove ogni stanza sembrava raccontare la vita di chi aveva abitato quel castello; qui, invece, la sensazione era completamente diversa.
Mentre passavamo da una sala all’altra, l’audioguida raccontava la storia di Ludovico II e il motivo per cui aveva voluto costruire quel castello. Fu proprio ascoltando quel racconto che iniziammo a guardare quegli ambienti con occhi diversi. Sapere che Neuschwanstein era nato come il rifugio personale di un re e che, in fondo, non era mai diventato davvero una casa rendeva tutto incredibilmente affascinante, ma allo stesso tempo ci lasciava addosso una sottile malinconia difficile da spiegare. Non era delusione, perché il castello è davvero straordinario. Era una sensazione diversa, quasi come se quella bellezza così perfetta custodisse anche un po’ della solitudine di chi l’aveva immaginata.
Quando uscimmo, quasi per gioco, chiesi alle bambine:
“Allora, vi è piaciuto il castello?”
Benedetta e Federica si guardarono un attimo e risposero all’unisono, senza nemmeno doversi mettere d’accordo:
“Dentro non c’era niente!”
Io e Matteo scoppiammo a ridere.
Detta così faceva sorridere, ma, a pensarci bene, un fondo di verità c’era. Non perché il castello non fosse bello, anzi, ma perché l’impressione che ci aveva lasciato era completamente diversa da quella di Hohenschwangau. Lì avevamo avuto la sensazione di entrare in un luogo vissuto; qui sembrava quasi di camminare dentro un sogno, magnifico ma sospeso nel tempo.
Nel frattempo Matteo stava cercando, con non poca fatica, di rimettere Giovanni sulle spalle. Lui dell’autobus, della discesa e perfino dei castelli non voleva più saperne nulla. Continuava soltanto a chiedere quando saremmo tornati al camper.
Così decidemmo di non aspettare in coda e iniziammo a scendere a piedi. Per distrarlo ci mettemmo a guardare le carrozze trainate dai cavalli che, di tanto in tanto, percorrevano la strada in salita e in discesa. Funzionò… almeno in parte, perché l’altra metà della passeggiata consistette nello schivare con una certa attenzione gli enormi ricordini che quei cavalli lasciavano puntualmente sul sentiero. Tra una risata, uno slalom improvvisato e Giovanni che continuava a chiederci quanto mancasse al camper, arrivammo finalmente di nuovo al parcheggio.
Prima di ripartire ci guardammo un attimo, quasi senza bisogno di dirci nulla. I due castelli ci avevano lasciato emozioni completamente diverse. Hohenschwangau ci aveva trasmesso il calore di un luogo vissuto, mentre Neuschwanstein ci era rimasto dentro per la sua imponenza e per quella malinconia sottile che avevamo iniziato a percepire già durante la visita, ascoltando la storia del suo re. Forse è proprio questo il motivo per cui, ancora oggi, quando pensiamo a Füssen, non ci viene mai da scegliere quale dei due ci sia piaciuto di più: semplicemente, ci hanno lasciato ricordi diversi.



E il viaggio continua verso Legoland
Rientrati al camper facemmo quello che, probabilmente, fa qualunque famiglia dopo un’intera giornata in giro: prima una corsa in bagno, poi un bel bicchiere d’acqua, qualcosa da sgranocchiare al volo e il tempo di riprendere fiato.
I bambini avevano bisogno di recuperare un po’ di energie e, a dire il vero, anche noi.
Per questo motivo non ci fermammo molto. Volevamo ripartire con calma, fare il pieno di gasolio e raggiungere il campeggio di Legoland in tempo per la cena, così da affrontare senza fretta la giornata successiva.
Così sistemammo le ultime cose, accendemmo il motore e lasciammo Füssen alle nostre spalle.
Da quel momento, in camper, c’era una domanda che tornava a intervalli regolari.
«Quanto manca?»
Non passava molto e la sentivamo di nuovo, puntuale, spesso accompagnata dalla speranza che, una volta arrivati, si potesse entrare subito a Legoland. Spiegammo che avremmo dovuto aspettare il mattino successivo, ma questo non sembrava affatto scoraggiarli. Anzi, se possibile, aumentava ancora di più l’entusiasmo.
L’indomani li aspettava una giornata che avevano immaginato per mesi.
Ma questa… è un’altra tappa del viaggio.
📍 Dove abbiamo sostato
Per questa tappa scegliemmo una delle tre aree sosta camper affiancate all’ingresso di Füssen. Arrivammo nel primo pomeriggio e ci sistemammo semplicemente nella prima in cui trovammo posto.
La posizione si rivelò davvero comoda. Da lì raggiungemmo il centro storico a piedi e, proprio davanti all’area sosta, trovammo diversi servizi, tra cui il supermercato Fristo – diventato protagonista di uno dei siparietti più divertenti della giornata –, un Lidl e perfino un sushi bar.
L’area sosta era ben tenuta, con fondo in ghiaia, bagni di recente realizzazione, oltre a lavatrice e asciugatrice, servizi che possono rivelarsi particolarmente utili durante un viaggio itinerante di più giorni.
La mattina successiva preferimmo invece spostare il camper direttamente al parcheggio P2, il più comodo per visitare i castelli di Neuschwanstein e Hohenschwangau. Fu una scelta pratica perché, una volta terminata la visita, potemmo ripartire subito verso la tappa successiva senza dover tornare prima a Füssen.
Area sosta camper di Füssen
Parcheggio P2 – Castelli di Neuschwanstein e Hohenschwangau (solo parcheggio diurno, non è consentita la sosta notturna)
🚐 Prima di partire per Füssen
Se stai organizzando una visita ai castelli di Neuschwanstein e Hohenschwangau con i bambini, ecco alcune informazioni pratiche che avremmo voluto conoscere prima di partire.
Il primo suggerimento è quello di prenotare i biglietti in anticipo, soprattutto nei periodi di maggiore affluenza. Gli ingressi sono a numero contingentato e ogni visita è associata a un orario preciso che va rispettato.
Se hai intenzione di visitare entrambi i castelli nella stessa giornata, considera che gli spostamenti richiedono più tempo di quanto possa sembrare. Tra salite, code e tempi delle visite, la giornata passa davvero in fretta. Noi abbiamo trovato più pratico visitare prima Hohenschwangau, poi raggiungere Marienbrücke e, infine, proseguire a piedi fino a Neuschwanstein.
Noi avevamo preparato il pranzo al sacco in camper e si è rivelata una scelta azzeccata. Ci ha permesso di fermarci a mangiare con calma prima della visita a Neuschwanstein senza perdere altro tempo nei punti di ristoro.
Se viaggi con bambini, tieni presente che le distanze non sono proibitive, ma tra salite e discese si cammina parecchio. Vale la pena organizzare la giornata con un po’ di margine, soprattutto se i più piccoli non sono abituati a camminare a lungo.
Infine, se il tuo obiettivo è visitare i castelli, prendi in considerazione l’idea di spostare direttamente il camper nel parcheggio P2.
Noi avevamo inizialmente pensato di utilizzare gli autobus da Füssen ma, dopo il sopralluogo del giorno precedente, preferimmo cambiare programma. Si rivelò la soluzione più pratica perché, una volta terminata la visita, potemmo ripartire subito verso la tappa successiva senza dover tornare in città.
❤️ Cosa ci ha lasciato questa tappa
Quando ripensiamo a Füssen non ci viene in mente una sala del castello, ci viene in mente la vista da Marienbrücke.
Perché ci sono luoghi che riescono a toglierti il fiato ancora prima di varcare l’ingresso.
🔄 Se tornassimo oggi
La vista da Marienbrücke resterebbe una tappa irrinunciabile. È da lì che Neuschwanstein mostra il suo volto più iconico e, ancora oggi, è la prima immagine che ci torna in mente quando ripensiamo a Füssen.
Il nostro, però, era un viaggio itinerante di sette tappe e questo significava fare continuamente delle scelte. Se dovessimo organizzare una vacanza dedicata proprio a questa zona della Baviera e del Tirolo, ci prenderemmo sicuramente più tempo per esplorarne i dintorni. Una passeggiata lungo l’Alpsee sarebbe una di quelle cose che inseriremmo volentieri nell’itinerario.
Per chi ha qualche giorno in più a disposizione, Füssen può essere anche il punto di partenza – o, come nel nostro caso, il punto di arrivo – per percorrere la celebre Romantische Straße con i propri ritmi, fermandosi nei borghi che punteggiano uno degli itinerari più iconici della Germania. Noi ne avevamo percorso solo l’ultimo tratto prima di raggiungere i castelli.
E sì, rifaremmo anche la merenda con uno Schneeballen… magari fermandoci qualche minuto in più.
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